martedì 20 dicembre 2011

Calcio: è tornato Cassano? No, è solo una...cassanata

GENOVA - Antonio Cassano torna a far notizia. Purtroppo però, il rientro in questione non è quello tanto atteso all'attività agonistica, bensì riguarda un altro campo in cui in passato il talento di Bari vecchia si è reso noto alle cronache: le cassanate. Secondo quanto riportato dall'Associazione giornalisti della Liguria, nella giornata di oggi il calciatore si sarebbe scagliato contro una giornalista ed un cameraman di Telenord, che stavano realizzando un servizio sulle incombenti elezioni municipali nel comune di Genova, minacciando ripetutamente il cameraman con spinte e insulti verbali. Cassano, a passeggio per le strade del capoluogo ligure con la moglie Carolina, il figlioletto e il suo preparatore, alla vista della mini-troupe che riponeva gli attrezzi del mestiere dopo aver realizzato il servizio, ha probabilmente pensato o temuto di essere stato ripreso a sua insaputa. Di qui la reazione scomposta e aggressiva, che svela per l'ennesima volta il più grande punto debole del campione rossonero: la fobia dei giornalisti. In campo, non c'è frase che Antonio pronunci senza portare la mano sulla bocca, con l'intento di nascondere il labiale anche per una banale battuta. Fuori dal campo, le sue apparizioni sono diventate sempre più merce rara, fatta eccezione per l'autobiografia scritta insieme all'unico personaggio della carta stampata che gode della sua fiducia, Pierluigi Pardo. Insomma, il binomio Cassano-giornalisti non ha mai decollato, anche perché vive ineluttabilmente sulla linea sottile del rispetto reciproco tra le parti, tanto invocato in nome della difesa della privacy, quanto ampiamente valicato dal giocatore in questa situazione. Non basta avere tutte le attenuanti del caso, nemmeno se si è reduci da un periodo difficile e travagliato, nemmeno se all'anagrafe si è registrati con il nome di Antonio Cassano.

Calcioscommesse: Doni in manette, ora l'Atalanta trema

BERGAMO - La notizia odierna dell'arresto di Cristiano Doni esplode come una bomba nell'ambiente bergamasco. Il capitano dell'Atalanta, finito oggi in manette insieme ad altre 16 persone nell'ambito dell'operazione denominata Last Bet, è indagato come uno dei principali attori dell'organizzazione internazionale implicata nel nuovo scandalo legato al calcioscommesse. Secondo il gip di Cremona, nella stagione calcistica 2009-2010, il calciatore avrebbe interferito direttamente e illegalmente nell'alterazione di molteplici risultati della sua squadra, intascando parte dei proventi delle scommesse truccate. L'altro capo di accusa che ha fatto scattare il fermo è quello del pericolo di inquinamento delle prove: gli inquirenti sostengono che il 38enne fantasista bergamasco abbia cercato di comprare il silenzio del portiere Nicola Santoni, anch'egli tra gli arrestati, pagando la parcella del suo avvocato, dichiaratosi subito all'oscuro dell'intrigo. Inoltre, i due calciatori avrebbero tentato di manipolare i dati dell'iPhone di Santoni, sequestrato dagli inquirenti l'estate scorsa, architettando l'ipotesi di accedervi da un computer esterno per modificare la password. L'Atalanta, già penalizzata di sei punti in classifica, attende con preoccupazione gli sviluppi di una vicenda che potrebbe ulteriormente compromettere il suo campionato. La società e i tifosi della Dea, fino ad oggi strenui difensori del loro capitano, per evitare ripercussioni sul prosieguo della stagione, si ritrovano così nell'impensabile e controversa condizione di dover dimostrare di essere solo le pedine di una scacchiera manipolata dal loro stesso idolo. Certo, se così fosse si tratterebbe di un tradimento che va ben al di là di un cambio di maglia, ma, crudelmente, sarebbe la conclusione migliore per l'undici di Bergamo.

lunedì 19 dicembre 2011

Calcio Serie A: Palermo, Devis non Mangia il panettone

PALERMO - Devis Mangia è la seconda vittima stagionale di Zamparini. La gag del panettone non è bastata al 37enne allenatore del Palermo, che paga la sconfitta esterna nel sentito derby contro il Catania, ma soprattutto un ruolino di marcia da brivido in trasferta: nessuna vittoria, due pareggi e sei sconfitte, con zero reti all'attivo. L'avventura palermitana di Mangia dura così poco più di tre mesi, tanto è passato dall'esordio in serie A sulla panchina rosanero al posto di Stefano Pioli, esonerato per aver fallito la qualificazione all'Europa League e per aver creduto in un modulo, il 3-4-1-2, che non aveva fatto breccia nel cuore del presidente Zamparini, ora intenzionato ad affidare la guida della squadra a Bortolo Mutti. Il vulcanico presidente conferma così la sua fama di mangia-allenatori e, in fondo, il gioco di parole sembra essere la cronaca di un destino già scritto.

sabato 17 dicembre 2011

Articolo Clessidra Luglio 2010

SCUOLA MEDIA: UNO SCEMPIO SENZA PRECEDENTI

CASTEL DI SANGRO - Corridoi impercorribili, intere aule messe a soqquadro, finestre rotte, mura imbrattate, sedie, computer, cattedre e servizi igienici distrutti, archivi letteralmente sottosopra. Quella che dovrebbe rappresentare la palestra dell’adolescenza si trasforma in un vero e proprio campo da guerra. Le immagini sono spaventose, la devastazione è totale. E’ questo lo scenario, risalente agli inizi di giugno e documentato dalle telecamere della web TV locale “Eco del Sangro”, della scuola media Adamo Petrarca di Castel di Sangro.
Circa 80.000 euro di danni provocati da un gruppo consistente di ragazzi minorenni, che per circa un mese hanno potuto entrare ed agire indisturbati all’interno dell’edificio -dichiarato inagibile da quella che è stata la data più drammatica per l’intero Abruzzo, il 6 aprile 2009-, scatenando su di esso una violenza ed una ferocia inaudite.
Da questa brutta vicenda emerge il ritratto di una comunità visibilmente timorosa, che tenta di celare le sue preoccupazioni dietro atteggiamenti e dichiarazioni che mirano prima di tutto a discolparsi in prima persona riguardo il fattaccio. Le affermazioni di alcuni genitori, direttamente coinvolti e non, che denunciano una presunta disparità di trattamento da parte dei professori nei confronti dei ragazzi, più che un’arringa difensiva mirata allo scagionamento dei propri figli, sembrano un disperato tentativo -forse comprensibile, ma comunque fuori luogo- di spostare l’attenzione su quello che non può essere considerato il movente principale di una simile sciagura.
Di contro, se si domanda alle autorità locali come mai, a distanza di oltre un anno dalla chiusura e dopo ripetute sollecitazioni da parte del dirigente scolastico, tutte le attrezzature fossero state lasciate nella scuola ormai inagibile e perché fosse così facile accedere liberamente all’istituto –già l’anno scorso si era verificato il furto di alcuni computer da parte di ignoti-, queste si appellano al mancato senso civico dei responsabili, sostenendo che non si sarebbe potuto far nulla in nessun caso, né per evitare le intrusioni, né tantomeno per spostare il materiale in un altro luogo, manifestando un’evasività che ricorda tanto il pilatesco “Me ne lavo le mani” dello storico prefetto e giudice romano.
Insomma, pare evidente che ci sia il bisogno di scongiurare il serio rischio che questo clima di deresponsabilizzazione generale finisca alla lunga per insabbiare una vicenda senza precedenti, dai risvolti barbarici, che non può e non deve in nessun modo essere etichettata come una semplice “ragazzata”.

Carlo Graziani

Articolo Clessidra Settembre 2010

Campus scolastico, quando l'emergenza è la norma
CASTEL DI SANGRO – Se fosse un libro, sarebbe Quer pasticciaccio brutto de via Merulana di Carlo Emilio Gadda. Se fosse un film, invece, potrebbe fornire lo spunto perfetto per una sceneggiatura al regista Nanni Moretti. Purtroppo però, la situazione grottesca di cui si parla non ha nulla da spartire con la letteratura, né tantomeno con la cinematografia italiana, bensì è lo scenario delineatosi nel mese di settembre attorno all’ormai ricorrente problema della scuola media di Castel di Sangro. Le origini del problema risalgono a più di un anno fa e sono ormai ben note a tutti: l’istituto “Adamo Petrarca”, dalla data del terremoto aquilano del 6 aprile 2009 è stato chiuso agli studenti (“chiuso” per modo di dire, visto che nel numero di Luglio del nostro giornale abbiamo avuto modo di documentare alcune scorribande di numerosi ragazzini all’interno dello stesso) e dichiarato inagibile, col conseguente trasferimento di tutte le aule e le attività presso l’ITCG “Liberatore”. Ciò ha inevitabilmente causato degli ovvi disagi logistici che hanno interessato professori ed alunni indistintamente poiché, per i pochi mesi restanti alla chiusura dell’anno scolastico 2008/2009 e per l’intero anno successivo, la situazione di emergenza e la conseguente forzata convivenza delle due scuole all’interno di un unico edificio hanno portato ad un evidente ridimensionamento, non solo degli spazi a disposizione – sia didattici che relativi ai servizi igienici – ma anche e soprattutto delle attività di laboratorio ed extra-scolastiche originariamente previste. Per questo motivo, nella speranza di una risoluzione del problema in vista dell’anno scolastico da poco iniziato, il dirigente scolastico dell’ITCG, Gennaro Di Martino – che da poco ha assunto anche la carica di reggente della scuola media “Adamo Petrarca” – ha convocato per il 7 settembre un’assemblea straordinaria presso il teatro Tosti di Castel di Sangro, cui hanno preso parte, oltre ai numerosi genitori, anche il Sindaco Umberto Murolo e l’assessore Andrea Liberatore, che nell’occasione sono stati invitati a dare delle spiegazioni su modalità e tempi di intervento dell’amministrazione e sulla colpevole mancata realizzazione di quel Campus scolastico, sbandierato come uno dei temi centrali nelle ultime due campagne elettorali (quella del recente marzo 2010, ma anche quella relativa al 2004). L’incontro è stato caratterizzato dal clima di malcontento e contestazione dei genitori, i quali hanno dapprima bocciato la provocatoria proposta del preside dell’attuazione di un doppio turno scolastico, secondo il quale gli alunni della scuola media avrebbero dovuto svolgere le attività dalle 14 alle 19, e al contempo hanno sollecitato alle autorità presenti la necessità urgente di attuazione del Campus scolastico, soluzione caldeggiata anche dallo stesso Di Martino. Nel frattempo, l’anno scolastico è cominciato qualche giorno fa e nulla è cambiato. La definitiva risoluzione della problematica sembra ancora molto lontana e per questo si continua ad intervenire facendo ricorso ad espedienti temporanei e perlopiù di fortuna. L’ennesima “toppa” sembra essere quella dell’installazione di un container, annunciata come imminente dallo stesso Sindaco in un’intervista rilasciata il 17 settembre alla rete Tv locale TeleAEsse, il cui uso verrà destinato ai docenti e che verrà ubicato nella zona dell’ITCG, in maniera tale da permettere di liberare due aule all’interno dell’edificio per potervi sistemare tutti gli alunni. I problemi legati al sovraffollamento dei servizi igienici, però, restano. Così come restano molti dubbi sull’atteggiamento delle autorità locali riguardo a questa spinosa vicenda, primi su tutti gli interrogativi riguardanti il progetto-Campus: come mai, a distanza di ben 6 anni dalla prima volta in cui l’attuale amministrazione ne ha proposto la realizzazione, la sua edificazione sembra ancora un miraggio? Possibile che ci voglia tutto questo tempo per trovare dei finanziamenti da parte di enti pubblici o privati interessati? E ancora, siamo sicuri che alcune altre iniziative, ad esempio la “Cittadella dello Sport”, meritassero di essere considerate prioritarie rispetto alla realizzazione di una struttura attrezzata e funzionale, che dovrebbe permettere a tutti gli studenti di poter esercitare in spazi adeguati e senza dover fare sacrifici o rinunce, il loro diritto allo studio? L’impressione è che bisognerà aspettare ancora degli anni prima che questo progetto vedrà la luce, pertanto fino ad allora sarà obbligatorio fare di necessità virtù, sperando che tutto ciò non porti ad esasperare definitivamente un clima di insoddisfazione generale già abbastanza diffuso.
Carlo Graziani

Articolo Clessidra Ottobre 2010

Piano di riordino ospedaliero, viaggio oltre proclami e luoghi comuni
CASTEL DI SANGRO – Il  30 luglio 2010, il Ministero dell’Economia e delle Finanze ed il Ministero della Salute hanno approvato il Piano Operativo di riordino ospedaliero in Abruzzo, presentato dal presidente della Regione – nonché commissario alla Sanità – Gianni Chiodi, da Giovanna Baraldi – nominata  sub commissario direttamente dal Governo – e dall’assessore regionale alla Sanità Lanfranco Venturoni. La notizia ha scatenato nei giorni seguenti le proteste, più o meno decise, di molti comuni abruzzesi, che hanno visto nella riorganizzazione sanitaria una minaccia per i tagli ai piccoli ospedali e di conseguenza un pericolo che lede il Diritto alla Salute,  sancito dalla nostra Costituzione. Per comprendere meglio i molteplici risvolti di questa vicenda, è necessario entrare nel dettaglio di questo tanto discusso documento.
Il piano di riordino prevede la rimodulazione della rete sanitaria regionale in base al Fabbisogno di prestazioni ospedaliere e la conseguente definizione dei posti letto ad esso correlati. Il criterio scelto per calcolare tale Fabbisogno, è stato quello delle “criticità” rilevate nella Analisi della Domanda e dell’Offerta dell’anno 2008, cui sono state apportate tutta una serie di correzioni mirate all’accrescimento dei ricoveri in regime ambulatoriale e di Day Hospital, a discapito di quelli ordinari, in maniera tale da giustificare ed ammortizzare l’inevitabile diminuzione del numero dei posti letto per acuti, che, secondo quanto previsto dal Piano, ammonta a 718 posti letto da tagliare nelle Strutture Pubbliche (si passa dai 3964 p.l. del 2008 a 3246 p.l.) ed a 122 nelle Strutture Private (dai 675 p.l. del 2008 a 553 p.l.).
Al fine di garantire a tutti i cittadini abruzzesi la stessa facilità di accesso e soprattutto la stessa qualità di servizi, tale Piano di riordino propone la riprogettazione del Sistema Sanitario Regionale secondo il concetto di Rete Integrata di Servizi, la cui realizzazione si concretizza con il modello operativo “hub & spoke”. Si tratta di un modello molto centralizzato che prevede che la produzione dell’assistenza ospedaliera  più complessa sia concentrata solo nei centri di eccellenza (detti, per l’appunto hub) e che vi sia un’organizzazione integrata di invio dei pazienti dai centri periferici sotto-ordinati (spoke). In sostanza, questo tipo di organizzazione necessita di una grande cooperazione tra i nosocomi secondo i diversi livelli di complessità dei loro compiti, oltre che di una notevole facilità di mobilità degli operatori sanitari rispetto a quella degli utenti dei servizi, i cittadini. Ciò che desta più di una perplessità, oltre al fatto che il Piano di riordino è stato presentato direttamente al Governo, senza esser stato prima oggetto di discussione fra i sindaci e le istituzioni locali e regionali, sono i criteri di calcolo del Fabbisogno e dei posti letto, che si basano su alcuni “standard” relativi ad altre regioni italiane e su delle raccomandazioni contenute nel Patto della Salute del 2009, e che pertanto sembrano tenere in scarso conto gli effettivi bisogni e le esigenze della popolazione abruzzese. Inoltre il modello hub & spoke richiede una rapidità di collegamento ed una tempestività di accesso ai vari punti della Rete, che andrebbe prima assicurata, soprattutto su un territorio orograficamente problematico come quello dell’Alto Sangro, montano disagiato e distante dai grandi centri urbani.
In termini di numeri, il Programma di riordino sancisce la disattivazione di 6 ospedali: Pescina, Tagliacozzo, Casoli, Guardiagrele, Gissi e San Valentino, e la relativa creazione di una Rete Integrata di 16 Presidi, di cui 4 di alta complessità (Pescara, Chieti, L’Aquila e Teramo) e 12 di media o bassa complessità (tra cui rientra quello di Castel di Sangro). Inoltre il Piano preannuncia il taglio di altri due ospedali entro il 2011: uno verrà riconvertito in Presidio di Riabilitazione (quello di Popoli), mentre un altro (non viene indicato quale) sarà caratterizzato da una “gestione pubblico-privata”.
Per quanto riguarda l’ospedale di Castel di Sangro, la situazione che traspare da un’attenta lettura del Piano, non è di certo rosea, in quanto l’assegnazione di soli 40 posti letto indistinti per Medicina Generale e Chirurgia, non garantisce il mantenimento di alcuni reparti fondamentali che hanno rappresentato negli anni dei punti di forza del nostro nosocomio. Non più di qualche mese fa si parlava della creazione di un polo di eccellenza ortopedico per la traumatologia – relativa in gran parte agli sport invernali – mentre ora si scopre che l’Unità Operativa complessa (cioè provvista di un primario in loco) di Ortopedia non sarà più funzionante, in quanto il Piano prevede al massimo tre U.O. complesse per A.S.L. (che in questo caso saranno ovviamente quelle di Sulmona, Avezzano e L’Aquila). Inoltre il reparto di Ostetricia, “temporaneamente” sospeso dal 2007, è stato definitivamente chiuso, poiché, sempre secondo le direttive del piano, le uniche Unità Operative previste, sia complesse che semplici, devono svolgere non meno di 500 parti l’anno (cifra inarrivabile per il nostro comprensorio, a meno che non si verifichi un improvviso blackout generale di tutti i televisori delle famiglie della zona). Altro aspetto rilevante per le sorti dell’ospedale di Castel di Sangro, è quello relativo alla funzione che verrà destinata al Pronto Soccorso. Il Piano di riordino, infatti, stabilisce che “Nei presidi di bassa complessità, dove sussistono Aree Indistinte di Medicina e Chirurgia (come quello di Castel di Sangro ndr), è presente il Punto di Primo Intervento per il quale sono necessari unicamente ambienti e dotazioni tecnologiche atti al trattamento delle urgenze minori ed a una prima stabilizzazione del paziente ad alta complessità, al fine di consentirne il trasporto nel Pronto Soccorso più appropriato”. Ciò significa che anche il Pronto Soccorso viene declassato in luogo di un Punto di Primo Intervento, che fungerà semplicemente da luogo di trasporto dei malati, dopo una prima sommaria assistenza, al più vicino centro di Pronto Soccorso, spoke e hub a seconda della gravità della patologia (codice giallo o codice rosso). Analogo discorso va fatto per il reparto di Terapia Intensiva, che non risulta adeguatamente tutelata dal Piano.
Insomma, se ci si attiene a quanto traspare da questo Piano di riordino, le numerose preoccupazioni della popolazione e di alcune autorità regionali appaiono più che legittime; questi sono i fatti e purtroppo, come recita un saggio proverbio latino, verba volant, scripta manent.


Dotazione posti letto Ospedale di Castel di Sangro


Unità operativa
Anno 2005
Anno 2006
Anno 2007 (I TRIM)
RIMODULAZIONE ASL
(L.R. N.6/2007)

PIANO RIORDINO 2010
Cardiologia
3
3
3

20

20
Endocrinologia
2
2
2
Medicina generale
19
13
7
Chirurgia generale
20
16
14
15


20
Ortopedia e traumat.
18
14
10
12
Terapia intensiva
4
4
4
3
Ostetricia e gineceo.
14
12
12
10
Pediatria
3
3
3
5
Lungodegenza
6
5
4
10
0

TOTALE


89

73

59

78

40


Carlo Graziani

Editoriale Clessidra Aprile 2011

Mens sana in corpore sano. E’ proprio la locuzione latina tanto cara a Giovenale che ci permette sintetizzare al meglio il connubio ideale tra una buona formazione culturale ed un’adeguata attività fisica. L’esercizio di tutto ciò che mette in moto la macchina del nostro corpo, è una peculiarità dell’essere umano che risale alle origini della sua stessa esistenza. Le pratiche atletiche alla base della formazione dei guerrieri spartani, le prime Olimpiadi dell’antica Grecia, i giochi sanguinolenti della Roma imperiale, persino la primordiale caccia dell’uomo del paleolitico, infatti, possono essere osservati e catalogati sotto un’ottica sportiva. Nel corso degli anni si sono moltiplicate e variegate in maniera esponenziale le discipline sportive, si sono evolute le tecniche e i materiali, è cambiato – in meglio, ma più sovente in peggio – lo spirito con cui si prende parte alle competizioni, ma una cosa è rimasta invariata e con molta probabilità lo resterà in eterno: il valore aggregativo dello sport. E’ un valore intrinseco alla base di tutte le competizioni, di squadra e individuali, per il quale sarebbe impensabile immaginare un singolo personaggio che prescinde dal contesto che lo circonda, raggiungendo risultati straordinari senza l’ausilio di terzi. Diego Armando Maradona è stato il calciatore più forte di tutti i tempi, ma è con l’aiuto dei connazionali argentini che ha vinto i Mondiali del 1986; Michael Jordan era il dio del basket, ma senza i compagni di squadra dei Chicago Bulls oggi non indosserebbe i 6 anelli di campione NBA; Roger Federer forse il più grande tennista mai esistito, ma anche qui, pur trattandosi di uno sport prevalentemente individuale, per quanto cristallino possa essere il suo talento, viene difficile immaginarlo allenarsi, preparare i suoi incontri e pianificare la sua carriera in completa solitudine. Potremmo andare avanti all’infinito, citando migliaia di esempi in altrettante discipline, ma risulterebbe un elenco interessante per alcuni e tremendamente noioso per molti, pertanto scegliamo di soffermarci sull’etica sportiva del terzo millennio, distante anni luce dalla concezione classica originariamente attribuitale. Nell’antichità, l’attività fisica era, oltre che momento di spettacolarizzazione, anche e soprattutto intesa come propedeutica alla formazione dell’individuo nel modello educativo previsto dalla paideia greca. La società moderna, invece, ha progettato una macchina tanto funzionale quanto pericolosa, mossa non da uno, bensì due motori potentissimi e al contempo straordinariamente delicati: la fama e il denaro. Potenti, perché al giorno d’oggi il business che ruota intorno alla maggior parte degli sport, in maniera più o meno marcata, è di un’evidenza accecante; delicati, in quanto basta che un solo ingranaggio smetta di funzionare, per mandare tutto in panne. Per evitare l’innescarsi di questo diabolico tourbillon, è opportuno concentrare la propria attenzione sulle realtà locali, piccole isole felici, scevre da qualsiasi tipo di vizioso eccesso economico o di brama di notorietà. E’ quello che fa il nostro giornale nelle pagine a venire, per sottolineare e preservare la genuinità dei valori di purezza, integrità e partecipazione sociale, che lo sport trasmette a giovani e adulti. Fin dai tempi dell’antichità.
Carlo Graziani