Mens sana in corpore sano. E’ proprio la locuzione latina tanto cara a Giovenale che ci permette sintetizzare al meglio il connubio ideale tra una buona formazione culturale ed un’adeguata attività fisica. L’esercizio di tutto ciò che mette in moto la macchina del nostro corpo, è una peculiarità dell’essere umano che risale alle origini della sua stessa esistenza. Le pratiche atletiche alla base della formazione dei guerrieri spartani, le prime Olimpiadi dell’antica Grecia, i giochi sanguinolenti della Roma imperiale, persino la primordiale caccia dell’uomo del paleolitico, infatti, possono essere osservati e catalogati sotto un’ottica sportiva. Nel corso degli anni si sono moltiplicate e variegate in maniera esponenziale le discipline sportive, si sono evolute le tecniche e i materiali, è cambiato – in meglio, ma più sovente in peggio – lo spirito con cui si prende parte alle competizioni, ma una cosa è rimasta invariata e con molta probabilità lo resterà in eterno: il valore aggregativo dello sport. E’ un valore intrinseco alla base di tutte le competizioni, di squadra e individuali, per il quale sarebbe impensabile immaginare un singolo personaggio che prescinde dal contesto che lo circonda, raggiungendo risultati straordinari senza l’ausilio di terzi. Diego Armando Maradona è stato il calciatore più forte di tutti i tempi, ma è con l’aiuto dei connazionali argentini che ha vinto i Mondiali del 1986; Michael Jordan era il dio del basket, ma senza i compagni di squadra dei Chicago Bulls oggi non indosserebbe i 6 anelli di campione NBA; Roger Federer forse il più grande tennista mai esistito, ma anche qui, pur trattandosi di uno sport prevalentemente individuale, per quanto cristallino possa essere il suo talento, viene difficile immaginarlo allenarsi, preparare i suoi incontri e pianificare la sua carriera in completa solitudine. Potremmo andare avanti all’infinito, citando migliaia di esempi in altrettante discipline, ma risulterebbe un elenco interessante per alcuni e tremendamente noioso per molti, pertanto scegliamo di soffermarci sull’etica sportiva del terzo millennio, distante anni luce dalla concezione classica originariamente attribuitale. Nell’antichità, l’attività fisica era, oltre che momento di spettacolarizzazione, anche e soprattutto intesa come propedeutica alla formazione dell’individuo nel modello educativo previsto dalla paideia greca. La società moderna, invece, ha progettato una macchina tanto funzionale quanto pericolosa, mossa non da uno, bensì due motori potentissimi e al contempo straordinariamente delicati: la fama e il denaro. Potenti, perché al giorno d’oggi il business che ruota intorno alla maggior parte degli sport, in maniera più o meno marcata, è di un’evidenza accecante; delicati, in quanto basta che un solo ingranaggio smetta di funzionare, per mandare tutto in panne. Per evitare l’innescarsi di questo diabolico tourbillon, è opportuno concentrare la propria attenzione sulle realtà locali, piccole isole felici, scevre da qualsiasi tipo di vizioso eccesso economico o di brama di notorietà. E’ quello che fa il nostro giornale nelle pagine a venire, per sottolineare e preservare la genuinità dei valori di purezza, integrità e partecipazione sociale, che lo sport trasmette a giovani e adulti. Fin dai tempi dell’antichità.
Carlo Graziani
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